Florenzia santa per la sua pazienza?

L’intervento di Michele Giacomantonio letto domenica 22 febbraio durante la celebrazione della memoria del 59°anniversario del transito di Florenzia.

Mi sono convinto studiando e riflettendo sulla vita di Florenzia che la virtù maggiore che ha connotato la virtù della Serva di Dio, dalla fanciullezza alla vecchiaia, sia stata la pazienza.

La pazienza più dell’obbedienza. L’obbedienza era naturalmente uno dei tre voti, uno dei tre consigli evangelici capisaldi della sua vita consacrata, ma l’obbedienza di Florenzia era così salda e spontanea senza apparire mai costrizione e subordinazione reverenziale al superiore perché era fondata sulla certezza incrollabile e senza dubbi che il suo progetto – dalla propria vocazione alla promozione dell’Istituto e quindi alla affermazione di questo – era voluto da Dio. Una certezza che derivava dall’”ascolto della voce” maturato nella preghiera e nel silenzio.

 

E’ stasto don Lorenzo Milani a svelare che l’obbedienza può non essere una virtù quando è imposta attraverso l’autoritarismo e qualche volta l’autoritarismo dentro la Chiesa non è meno dell’autoritarismo nell’esercito e nella società civile.

La pazienza di Florenzia invece coesisteva con la capacità di sapere interloquire con i superiori come avvenne con Mons. Ballo, e non era nemmeno rassegnazione perché non è esistita persona meno rassegnata di Florenzia di fronte alle ingiustizie. La pazienza di Florenzia era frutto dell’abbandono al suo Signore in cui credeva ciecamente.

Ma la pazienza è una virtù ancora attuale in questo mondo in cui sembra dominare il tempo reale, nell’epoca di internet e del digitale?

Sono proprio i sociologi e gli scienziati dell’informazione a dirci che oggi la pazienza è divenuta una virtù ancora più importante perché si corre il rischio che applicando le regole di internet alla vita reale si provochino gravi danni sul piano etico e sociale. La perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza, sembrano deperire rapidamente.

Questo influisce sulla disponibilità ad ascoltare e sulla facoltà di comprendere, sulla determinazione di “andare al cuore della questione”, sulla memoria personale e di gruppo privati dei data-base. Tutto questo si riverbera poi nei rapporti umani che non possono che immiserirsi quando si sostituisce ai rapporti viso a viso quelli on line, unito al diffondersi di un malinteso senso della libertà ed alla banalizzazione dell’esistenza con l’affermarsi di stili di vita superficiali.

La libertà viene oggi intesa spesso come assenza di legami, vincoli, come possibilità di rimuovere, con grande facilità, relazioni e impegni esistenti magari promessi “finchè morte non separi”.

Oggi la vita di coppia è diventata fragile, la fedeltà difficile, il compatimento impossibile. E non è solo problemi di coppie ma di tutti i rapporti fondati sui sentimenti, sui valori, sull’interiorità, sulla fede e quindi anche le amicie e le vocazioni.

Quindi oggi più di sempre la virtù della pazienza non è un fiore che cresce spontaneo ma deve essere coltivato, presidiato, sollecitato perché è la base della cultura del dialogo, della responsabilità, dell’affidamento reciproco, della fedeltà e, visto che stiamo preparandoci al Convegno Ecclesiale di Firenze, anche alla base di un nuovo umanesimo che si ispiri a Cristo Gesù.

 Sarebbe interessante rileggere la storia della creazione e della redenzione come storia della pazienza di Dio e della pazienza di Cristo.

Qui vogliamo accennare brevemente alla pazienza di Florenzia. La pazienza per realizzare la sua vocazione di suora combattendo le resistenze della madre prima a Lipari e poi a New York,  la pazienza nel realizzare e consolidare il suo Istituto alle prese con le difficoltà di aprire la casa madre a Lipari, la carenza di vocazioni, i pregiudizi dei superiori ed i contrasti che ne derivarono. Dal momento della costituzione e cioè dall’1 novembre 1905 fino al 1928 cioè lungo 23 anni, Florenzia visse una dura e logorante battaglia per tenere in piedi questo suo progetto in mezzo a tempeste che sembravano volessero spazzarlo via da un momento all’altro.

Vorrei concludere queste brevi considerazioni con due riflessioni legate soprattutto al fatto che ad aprile si riapre la causa di canonizzazione della Serva di Dio.

Prima considerazione. Essere santi vuol dire che il cristiano ha testimoniato la sua fede in modo eroico. Se la pazienza è stata la virtù principale  di Florenzia possiamo dire che l’ha esercitata in modo eroico?

Mi vengono in soccorso due massime che pare rispondano pienamente alla domanda. La prima è del grande papa Gregorio Magno: “Noi possiamo essere martiri anche senza gli strumenti del martirio, se siamo pazienti”. E la seconda di Giacomo Leopardi: “La pazienza è la più eroica delle virtù questo perché non ha nessuna apparenza di eroico”.

Se la pazienza è una forma di martirio e di eroismo allora Florenzia  la ha vissuta in pienezza.

La seconda considerazione riguarda il miracolo che di prassi la Chiesa richiede per riconoscere la santità (anche se non sempre l’ha ritenuto necessario). Anche noi chiediamo che il Signore, affinché Florenzia venga riconosciuta santa, permetta dei miracoli legati alla sua intercessione ma ci viene da pensare che se leggiamo attentamente la vita di Florenzia proprio la sua vita è un miracolo.

Un miracolo di pazienza che le ha permesso di ottenere risultati eccezionali.