La casa madre di Lipari nella Chiesa di San Pietro fa memoria del transito

Il testamento spirituale

 

Quella del martedì, 21 febbraio 1956, fu la giornata fatidica. Pioveva e vi era umido e freddo. La mattina Florenzia non se la sentì di alzarsi per sedersi sulla sua poltrona come faceva sempre, ma rimase a letto. Questo fu il segnale che soffriva molto e le forze la sorreggevano sempre meno…

Alle ore 19 volle che le suore andassero a cenare e rimasero a farle compagnia solo suor Ludovina e suor Amalia.

  In questo intervallo, venne a trovarla don Traiano, (il cappellano),  che era rientrato in istituto.

– Se lei ha pazienza, Padre, vorrei esporle un ragionamento che sono venuta facendo in questi ultimi mesi e che è come un riassunto della mia vita spirituale. Il mio cammino spirituale.

Il Padre le disse che era felice di ascoltarla e Florenzia riprese il discorso.

“Vede, Padre, la cosa più importante nella mia vita è stata la preghiera, e cioè il dialogo con Gesù e con la Madonna. Ma forse, ancor prima della preghiera, è stato il silenzio. Le suore pensano che io sia un po’ fissata con il silenzio. E può essere vero. Con l’età anche alcuni valori finiscono con l’apparire manie. Ma per me il silenzio vuol dire l’incontro della mia anima con Dio. Il silenzio è una tale forza trasformatrice che ci fa scoprire la nostra povertà umana, la nostra incapacità, i nostri limiti. Il silenzio non è il nulla, ma è ascolto per cogliere la presenza di un altro che è oltre la percezione dei nostri sensi. Il silenzio è la premessa della preghiera, perché vuol dire fare spazio all’ascolto di Dio.

 Questo l’ho sempre saputo, fin da bambina, quando passavo lunghe ore in silenzio dinanzi alla statua della Madonna degli Angeli nella vecchia chiesetta di Pirrera a Lipari. E un giorno, il giorno della mia prima comunione, ho sentito finalmente la voce di Gesù.

Ho detto molte volte che “Gesù parla alle anime silenziose. Quando si accorge che nel nostro cuore si nutrono pensieri che non sono per lui, ci lascia sole e non si può conoscere la via che porta al cielo”. Sì, il silenzio è già preghiera. E la preghiera è stata per me l’alimento giornaliero, il sostegno a cui appoggiarmi nelle difficoltà. La preghiera fatta di ascolto e di dialogo. Dialogo con Gesù. Dialogo con la Madonna. Dialogo e meditazione. Anche il rosario è stato per me dialogo e meditazione. Un modo di comunicare con Dio lungo i misteri della fede.

Silenzio e preghiera sono fra loro connessi e uno introduce all’altro, così come la perfetta letizia e l’abbandono a Dio, che sono le altre tappe di questo cammino sulla strada dello Spirito.

La perfetta letizia è stato il passaggio, credo, più complesso. Mi riusciva difficile pensare come si potesse rimanere nella gioia interiore di fronte a eventi terribili, a disgrazie familiari, alla sofferenza che vedevi intorno a te. Il racconto di Francesco che torna da Perugia in una durissima notte d’inverno e, giunto al convento, non lo lasciano entrare, la prima volta che lo sentii mi parve una storiella, allo stesso tempo, irritante e divertente. Com’è possibile essere lieto, quando subisci un’ingiustizia? Com’è possibile non reagire?

È possibile – mi disse un giorno un frate francescano –, se al centro non ci sei tu, se non sei tu al centro dei tuoi pensieri, delle tue emozioni, del tuo mondo. Fino a quando non ti poni in un angolo e non occupi quel centro con Dio, non puoi. Per questo, la perfetta letizia pretende l’abbandono fiducioso a Dio.

Ho ancora nelle orecchie le parole di quel frate. Si chiamava padre Daniele e lo conobbi viaggiando sulla nave verso gli Stati Uniti e poi lo ritrovai a New York nella chiesa di Sant’Antonio.

Quel viaggio verso l’America fu un momento importante della mia maturazione spirituale e, soprattutto, la notte terribile di tempesta quando pareva che dovessimo affondare e sentivo intorno a me grida e pianti.

La mattina, la tempesta si era quietata e raccoglievamo morti e feriti. Allora mi sono detta che, se ero ancora viva, è perché l’aveva voluto Dio e, quindi, la mia vita non mi apparteneva più. Apparteneva a lui e dovevo vivere ogni momento nella gioia di servirlo.

Da quel momento, per quanto forti fossero le preoccupazioni, mi dicevo che, se una cosa era bene che si verificasse, allora Dio avrebbe provveduto. Se c’era qualcosa che io avrei potuto fare, dovevo impegnarmi sino in fondo.

  Ma se le cose esorbitavano dalle mie possibilità dovevo affidarmi a lui.

Affidarsi a Dio non è lo stesso che fidarsi di Dio, è un passo in più. Vuol dire abbandonarsi a lui e avere la certezza che tutto quello che ti succede ha una finalità e questa finalità non può non essere buona perché viene da Dio. Le contrarietà sono le forti carezze di Dio.

Le difficoltà, le prove arrivano perché Dio vuole saggiare la nostra fiducia in lui, ma lui stesso le avrebbe risolte.

  Alle mie suore, di fronte alle traversie, alle contrarietà e alle preoccupazioni, ho sempre detto: “Uniformiamoci alla volontà di Dio, il quale tutto sa risolvere per il nostro bene”.

Dio, Padre, non è mai stato per me un essere impersonale. È sempre stato una persona viva e vera. È stato Gesù e Gesù è stato l’unico e grande amore della mia vita. Gesù che mi parla attraverso la Scrittura, Gesù che mi parla nell’Eucaristia. Anche nella ricerca di Gesù Francesco mi è stato maestro. Il Gesù della povertà del Presepio, il Gesù dell’umiltà della Croce, il Gesù dell’annientamento dell’Eucaristia.

Sono tre momenti che rendono Gesù vero, presente. Eppure fra questi tre momenti quello verso cui ho sempre provato un particolare trasporto è l’Eucaristia. Nella Eucaristia Gesù si è annientato per rimanere con gli uomini per sempre.

 E così non siamo stati più soli. Alle mie suore, che si lamentavano qualche volta della solitudine in cui vivevano a Rosarno, a Castagnolino, in Brasile ho sempre ricordato: “Gesù dimora con voi e, quindi, avete tutto. Amatelo Gesù. Ditegli spesso: Gesù ti amo, resta con noi”. Per questo volevo che il primo pensiero nell’apertura di una casa fosse quello della cappella in cui celebrare la messa, possibilmente tutti i giorni.

L’Eucaristia è stata per me il centro della giornata e alle mie figliole dicevo di dividere la loro giornata in due periodi di raccoglimento: la prima metà in costante ringraziamento per l’eucaristia ricevuta la mattina, e la seconda mezza giornata vissuta nell’attesa della comunione dell’indomani.

L’amore per Gesù è stato il culmine del mio percorso.

L’amore per gli uomini e, in particolare, per i più bisognosi non è che l’estensione di questo amore. Sì, l’amore è stato il movente di ogni aspirazione nella mia vita, di ogni opera intrapresa, l’amore che innalza all’Onnipotente un cantico di gioia, di gratitudine, di riconoscenza nel trambusto di una vita sacrificata, francescanamente vissuta.

Nel povero mendicante, nell’ammalato che soffre, nella ragazza madre abbandonata, nel bambino senza affetti vedevo Gesù. Ho scritto alle mie figliole in Brasile, che tanti problemi hanno avuto nell’ospedale di Jatai: “Oh, come sarebbe bello, se in uno dei tanti ammalati trovaste Gesù in persona. Ma se non lo trovate visibile, lo troverete sempre invisibile. Quando avvicinate un ammalato, andate col pensiero che vedete Gesù”. E a tutte ho sempre ricordato che, quando un povero bussa alla porta, bisogna accoglierlo e aiutarlo, perché in lui c’è l’immagine di Gesù Cristo. Ecco, questo è il testamento che lascio alle mie figliole, un percorso per diventare sante non compiendo azioni straordinarie, ma affrontando i problemi di tutti i giorni lungo quella “piccola via” che ci ha indicato suor Teresa di Gesù Bambino”.

Suor Florenzia giovane ai tempi del noviziato ad Allegany.

Transito

Il mese di febbraio del 1956 è ricordato da tutti come uno dei mesi più freddi di quel lungo inverno romano. La neve era caduta abbondantemente e il termometro manteneva costante le sue rigide temperature. Madre Florenzia da tempo non lasciava più la sua piccola e semplice stanzetta, divenuta il luogo della preghiera e dell’incontro con le suore. Lì la comunità si riuniva per trascorrere con la Madre i sereni momenti di allegre ricreazioni.

Il 18 febbraio, inspiegabilmente Madre Florenzia chiede alla sua Vicaria, che si trova in Sicilia, di interrompere la visita alle comunità e rientrare in Casa Generalizia. Madre Pia Rusignuolo rientra a Roma il 20 febbraio e si incontra con la Fondatrice. Il colloquio dura circa tre ore, il tempo necessario per avere notizie di tutte le comunità e dare suggerimenti per comportamenti da mantenere “in seguito”. Il colloquio ha tutto l’aspetto di un commiato. La Madre comunque non denota alcun mutamento della sue ormai ordinarie condizioni di salute.

Nel pomeriggio di quel giorno si incontra con il Padre Bernardo Gallioto, francescano, da cui attende la conferma della donazione di una villa al centro di Roma, ritenuta da lei indispensabile, per favorire lo spostamento delle suore che studiano.

L’indomani, non ha la forza di alzarsi, ma continua a dire a tutti che sta bene. Chiede di incontrare il Cappellano dell’Istituto, Mons. Crisan, e poiché questi è già uscito per recarsi in ufficio le Suore chiamano il Parroco della vicina chiesa di Nostra signora di Guadalupe, il quale si presenta alla Fondatrice come per una visita casuale. Madre Florenzia ne è felice e gli chiede di confessarla. Il Parroco s’informa se desidera ricevere anche la Santa Comunione. Il volto della Madre si illumina poi una nube di tristezza perchè non era digiuna. Avuta l’assicurazione che il Parroco poteva dispensare dal digiuno eucaristico, si immerge nella preghiera per prepararsi convenientemente al sacro incontro al quale segue un tenero ringraziamento. Ripete più volte:

“Nel bel cuore di Gesù che mi ha redento, in pace mi riposo e mi addormento”.

Madre Florenzia riceve anche con devozione l’olio degli infermi. Il Parroco, prima di lasciarla le imparte la benedizione papale. Lei vuole tra le mani il Crocifisso, lo stringe fortemente, lo bacia ripetutamente e ripete “Gesù, Gesù mio! Gesù mio, Gesù bello! Perdono tutte le Suore, anche le più discole e le benedico di cuore, vicine e lontane”.

Poi tace per un po’ di tempo.

Il resto della giornata trascorre serenamente. Le Suore allarmate dalla notizia che la Madre ha ricevuto il santo il santo Viatico e l’Unzione degli infermi si recano a visitarla. Madre Florenzia le rassicura: Lei sta bene e le congeda con delicatezza. In serata Madre Florenzia si incontra con il Cappellano, al quale comunica la gioia di aver ricevuto i Sacramenti degli infermi. Con le suore trascorre le ultime ore della sera e prima di lasciarla le benedice. Pregheranno insieme, lei in camera e loro in cappella. Insieme a Suor Pia e a Suor Ludovina, recita le preghiere della sera. Alla fine dice: “Le forze mi vengono meno”. Le suore l’adagiano sul letto e il suo viso mostra improvvisamente i segni di una acuta sofferenza. Sono le 21 del 21 febbraio, la campana della comunità suona il silenzio della notte e segna anche l’addormentarsi di Madre Florenzia nel Signore.

A lode di Cristo. Amen.

Madre Florenzia già anziana.

 

Preghiera dei fedeli

Celebrante. Nel Vangelo di questa domenica, procedendo nel discorso delle beatitudini, Gesù arriva al cuore del problema: dobbiamo essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli che non distingue fra buoni e malvagi, fra amici e nemici ma fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. L’essere perfetti nella fede e nella vita cristiana è stato il grande obiettivo di Florenzia Profilio da quad’era ragazzina fino alla sua morte, il 21 febbraio 1956 all’età di 83 anni, che ha trasmesso alle sue figlie che oggi portano avanti con dedizione la sua missione.. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

Lettore. La spiritualità di Florenzia si snoda in diverse tappe: il silenzio, la preghiera come dialogo con Gesù e Maria, la perfetta letizia, l’abbandono a Dio, l’amore per Gesù: nel Presepio, sulla Croce, nell’Eucarestia, l’amore per il prossimo ed in particolare per i poveri. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

La grande lezione di Florenzia è stata l’esercizio della pazienza praticato fino all’eroismo. Diceva Papa Gregorio Magno: “Noi possiamo essere martiri  anche senza gli strumenti del martirio, se siamo pazienti”. E Florenzia è stata paziente con sua madre che rinviava di continuo il suo consenso a farsi suora, è stata paziente con l’Amministratore apostolico di Lipari che l’aveva presa in antipatia e la ostacolava in ogni modo, è stata paziente aspettando il decollo dell’Istituto, un’attesa durata 23 anni, trascinandosi fra timide speranze e docce gelate. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

Florenzia di fronte alle difficoltà ed alle chiusure non reagiva, non recriminava mai, ma convinta che tutto avvenisse per volontà di Dio riteneva che i problemi erano proprio le sue carezze e che le difficoltà erano una prova ed uno stimolo a fare meglio. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

L’Istituto delle Suore dell’Immacolata Concezione nasce nei primi anni del ‘900 in una Lipari alle prese con i coatti ed alcuni gravi problemi sociali che si riversavano sull’educazione delle giovani donne e su gruppi di bambini abbandonati e inselvatichiti che scorazzavano per le vie chiedendo l’elemosina in una cittadina indifferente o infastidita. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

Quando si trattava di fare del bene Florenzia non si tirava mai indietro e per quanto ardua fosse l’impresa impegnava se stesse e le sue figlie, senza risparmio. Così a Rosarno in Calabria durante la guerra in una foresta senza servizi, così a Piombino per gestire un grande asilo, così a Giarre per promuovere ed organizzare un mendicicomio, così ad Acireale per gestire la Casa del fanciullo, così a Castagnolino in provincia di Bologna per gestire i servizi parrocchiali. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

L’ultima decisione di Florenzia prima di morire fu di partecipare alla missione in Brasile dando vita ad una esperienza difficile ma anche strategica che è divenuta per l’istituto un punto di forza nella sua azione apostolica oggi con case in Brasile e Perù, impegnate sul terreno della promozione sociale e dell’educazione dei bambini. Preghiamo: Signore, Madre Florenzia ci sia maestra di spiritualità.

Celebrante. Padre, stasera, ricordando il transito di Madre Florenzia a 64 anni dalla sua dipartita accogli e sostieni l’impegno delle sue figlie, e di quanti collaborano con loro, di operare perché nel mondo cresca la cultura dell’amore e per questo fa’ che guardiamo a te: la tua perfezione sta nell’essere misericordioso, la tua grandezza sta nella gratuità. Fa’ che alimentandoci alla spiritualità di Madre Florenzia possiamo essere riconosciuti come tuoi veri figli in questa vita e per tutta l’eternità. R. Amen.

Il sepolcro di Madre Florenzia nella Cappella della casa generalizia di Roma.